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SABATOLIBRI – Le Vie dei Canti

The Songlines
Scritto d Alexandra

The SonglinesLe Vie dei Canti è un libro meraviglioso, un libro che va alla scoperta delle nostre origini nomadi, quelle dell’umanità e quelle di ciascuno di noi, per cui fin dalla culla ci è difficile star fermi, quasi che fosse una forzatura, la stanzialità, e che ogni viaggio fatto da adulti significasse reimparare quella esigenza e quella capacità di essere in costante movimento che per buona parte della vita siamo quasi costretti a reprimere. Un libro umanistico, mi viene da dire, in cui anche chi non ama viaggiare troverà, credo, sempre qualcosa di sé.

Gli Antenati, che avevano creato il mondo cantandolo, disse, erano stati poeti nel significato originario di poiesis, e cioè “creazione”. Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. La vita religiosa di ognuno di essi aeva un unico scopo: conservare la terra com’era e come doveva essere. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota – e così ricreava il Creato.

“certe volte,” disse Arkady “mentre porto i ‘miei vecchi’ in giro per il deserto, capita che si arrivi a una catena di dune e che d’improvviso tutti si mettano a cantare. ‘Che cosa state cantando?’ domando, e loro rispondono: Un canto che fa venir fuori il paese, capo. Lo fa venir fuori più in fretta'”.

Gli aborigeni non credevano all’esistenza del paese finché non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finché gli Antenati non lo avevano cantato.

“Quindi, se ho capito bene, la terra deve prima esistere come concetto mentale. poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esiste””.

“Esatto”

“In altre parole “esistere” è “essere percepito”?”

“Sì”

“Somiglia pericolosamente alla confutazione della Materia del verscovo Berkeley”.

[da: Le Vie dei Canti, Bruce Chatwin, Ed. Adelphi, traduzione di Silvia Gariglio]

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